Gli ospiti di casa Datini e l’eredità

di Alberto Bonaiuti
Luigi II d’Angiò ospite a Palazzo Datini Siamo giunti alla fine della vita di Francesco Datini, una vita piena di ricchezze e successo. Solo un grande inconsolabile dramma attanagliò il cuore e l’anima del grande mercante pratese: la mancanza di figli. Nel 1410, quando Datini muore, lascia un’ eredità di circa 100.000 fiorini; un’immensità! Oltre al denaro, lascia numerosissime proprietà terriere e altrettante case, tra cui il bellissimo palazzo Datini di Prato.

Fu certamente uomo del suo tempo, sfruttò al massimo le opportunità che la situazione politica del tempo offriva. Il rapporto con i pratesi non fu mai idilliaco, ma il palazzo di Prato, la Villa del Palco e l’eredità lasciata ai poveri di Prato, testimoniano il suo affetto verso la città e il suo territorio; se a Prato non fosse stato bene, avrebbe scelto un'altra dimora. Il prossimo anno ricorrerà il 6° centenario della sua morte, auguriamoci che sia degnamente ricordato il più importante personaggio pratese.


Gli ultimi 9 anni della sua vita, il Datini li passò a Prato e Margherita lo ebbe finalmente quasi sempre con sé. In questo periodo la moglie lo supplicava di lasciar perdere gli affari e dedicarsi alla cura dello spirito. Gli ricordava continuamente la dura lezione di vita che la peste aveva dato a tutti loro; pochi anni prima, il terribile morbo, portò via quasi tutti gli amici e collaboratori del mercante ed esso si spaventò molto. 

A questo punto il Datini, scosso terribilmente da tali perdite, seguì i consigli della moglie e si dedicò alla preghiera e alla cura dell’anima, partecipò alle messe e alle ricorrenze religiose. Ma non durò molto, la sua smania di fare e la sua incessante attività doveva in qualche modo trovare sfogo e cominciò a costruire non cappelle e chiese, come Ser Lapo lo consigliava, ma nuove case per i suoi lavoranti e nuovi magazzini per i frutti dei suoi poderi.

La sua vita sociale addirittura rinvigorì decisamente e la sua casa di Prato, notoriamente ospitale, attirò visite d’illustri personaggi. Tali visite richiedevano faticosi preparativi e complessi cerimoniali e niente era lasciato al caso, dal menù alla lettera di benvenuto. Per quest’ultimo motivo Francesco, si faceva spedire dai suoi amici citazioni scritte da imperatori, cardinali, papi, perchè: ” quando io avessi a soscrivere una lettera a uno o un altro, non avesse ogni volta pensare”. 

Tra i “rifornitori” di rime e citazioni vediamo personaggi illustri come Chiara Gambacorti che in seguito diverrà Beata Chiara Gambacorta, Sua Eminenza Baldassarre Cossa il futuro Papa Giovanni XXII e alcuni patrizi veneziani e genovesi tra cui Simone Doria. Anche la lista degli ospiti contiene nomi eccezionali quali: Francesco Gonzaga Signore di Mantova, Leonardo Dandolo, ambasciatore di Venezia in Toscana e figlio del Doge. Chi passava per l’Etruria, Prato rappresentava una tappa obbligata per la presenza del Sacro Cingolo Mariano. Francesco era conosciutissimo in tutti gli ambienti politici ed economici dell’Italia del 400 ed era a lui che si chiedeva ospitalità; quale miglior rappresentante della città laniera!

Ma la visita più importante che Francesco ricevette e quella di re Luigi II d’Angiò. Il 4 Luglio 1410, infatti, l’imperatore fu di passaggio a Prato per la seconda volta, in occasione di una sua nuova discesa verso l’Italia centrale. il Re ne approfittò per rendere omaggio al Cingolo della Madonna e acquistò dodici canne di panno scarlatto di Prato.

Il Datini dette il meglio di sè, lasciando completamente a disposizione del Re la sua bellissima casa. In segno di gratitudine per l’ospitalità ricevuta da Francesco, Luigi II elargì un decreto reale che concedeva al mercante pratese il diritto di aggiungere alle sue armi il giglio d’oro di Francia! Pochi giorni dopo la partenza di Re Luigi II, il Datini, che da tempo soffriva di disturbi renali, si aggravò ulteriormente e chiamò al suo capezzale Ser Lapo Mazzei, 2 notai e 5 frati francescani e stese il suo definitivo testamento. Francesco di Marco Datini muore nella sua casa di Prato il 16 Agosto 1410. Nel suo testamento dispone che con tutto il suo patrimonio sia costituito un’istituzione, la celebre “Casa del Ceppo dei Poveri di Francesco di Marco” per assistere i poveri di Prato, inoltre precisa che la fondazione non doveva restare: ”in niuno modo sottoposta alla Chiesa o ecclesiastici”. Tra i doni lasciati a chiese e monasteri c’è quello di 1000 fiorini d’oro allo Spedale di Santa Maria Nuova a Firenze: ”per principiare un nuovo luogo pe i gittatelli”; il futuro Ospedale degli Innocenti. Altri 300 fiorini per 12 lampade d’argento per la Cappella della: “preziosa Cintola di nostra Dama regina del cielo, nella pieve della Terra di Prato.”