Il ritorno a Prato dopo gli anni di Avignone

di Alberto Bonaiuti
francesco datini e margherita Prosegue la storia di uno dei personaggi, se non forse il più grande personaggio pratese della storia: Francesco Datini. Un uomo che viaggia per l'Europa del tempo in un contesto storico e sociale ben preciso.

Nella vita del Datini la città di Firenze ha un ruolo fondamentale, non ci tragga in inganno l’importanza e la magnificenza della città del Battista, perché il Datini non era certo un uomo da tali futili vezzi, ed ebbe a lamentarsi più volte su l’atteggiamento molto spesso vessatorio che il potere politico di quella città aveva nei confronti dei mercanti.


Le cause del suo legame vanno ricercate nella complessa storia di Prato e della sua agonia di libertà. E’ bene ricordare che Prato perse la sua autonomia, il 23 Febbraio 1351, quando Firenze comprò dalla regina Giovanna, nipote di Roberto d’Angiò, la “Pratensis libertas” e “presa la tenuta, incontamente levò (Firenze) le signorie, gli ordini e gli statuti de’ Pratesi e recò la terra e il contado a contado di Firenze, e diede l’estimo e le gabelle a quello comune come a’ suoi contadini”. Il pratese Giuseppe Marchini, storico dell’arte, dirà nelle sue Arti Figurative a Prato: "La perdita della libertà con la consegna alla repubblica fiorentina, avvenuta nel 1351, fu per Prato un fatto più importante e fatale della stessa pestilenza del 1348 che l’aveva desolata al pari di quasi tutta l’Europa”. 

L’assoggettamento a Firenze comportò pesantissime conseguenze su tutti i campi della vita civile di Prato. Iris Origo nel suo “Il Mercante di Prato" ci dice: "Firenze obbligò i pratesi a fortificare a proprie spese la città, pagare gabelle, ad accettare pubblici ufficiali scelti dai Priori fiorentini, a mandare uomini, armi e denaro a Firenze per le sue guerre, ad aprire le porte, senza esigere gabella, alle merci fiorentine, e inoltre anche per la vendita della propria mercanzia dai mercanti dell’altra città. I panni di Prato erano venduti a Firenze oppure all’estero da mercanti fiorentini”. Con queste difficili condizioni, dove il libero commercio era fortemente condizionato dalla città vicina, il Datini fu costretto per causa di forza maggiore ad aprire bottega in Firenze per poter vendere tessuti prodotti a Prato.


Francesco Datini nacque in Porta Fuia (nel quartiere di S. Maria) intorno al 1335. La sua non fu certo un’ esistenza tutta rose e fiori ed ebbe a soffrire delle frequenti epidemie di peste che puntualmente si abbattevano sull’ Europa. Nel 1348, infatti, morirono per via del letale morbo, suo padre Marco di Datino, sua madre monna Vermiglia e due fratelli: Nofri e Vanna. Francesco e il fratello superstite, furono affidati a Piero di Giunta del Rosso, che ne curò la piccola eredita lasciatagli dai genitori. Fu però Piera di Pratese Boschetti ad accoglierli in casa e accudirli come figli. Il Datini fu sempre riconoscente a monna Piera e la considerò a tutti gli effetti come una seconda madre. Un anno dopo la morte dei genitori, Francesco si trasferì a Firenze, dove lavorò come garzone in alcune botteghe di mercanti. Qui sentì parlare della fantastica Avignone (allora sede Papale), e delle smisurate opportunità di lavoro che la corte papale offriva.


All’età di 15 anni partì alla volta di Avignone per cercar fortuna. La città al quel tempo era ricchissima di commerci e crocevia di tante strade e vie fluviali (valle del Rodano). Nei suoi mercati si poteva trovare di tutto: lane e panni dall’ Inghilterra, dalle Fiandre. Qui, mercanti di Pisa compravano le lane inglesi e fiamminghe e rivendevano pregiatissimi tessuti toscani. Il Datini si dette un gran daffare e in breve tempo accumulò una grande fortuna. Commerciò tutto quello che era possibile. Nella sua bottega più importante si poteva acquistare anelli per matrimonio, fili per cucire, arredi per camere da letto, tovaglie da tavola, armi varie, sale, quadri, insomma come un gran bazar moderno. Se nell’attività di mercante, Francesco dedicò molto tempo, altrettanto lo fece nel settore delle relazioni umane, infatti, sono noti alcuni figli naturali (avuti, non in ambito matrimoniale), concepiti durante incontri con giovani fanciulle del luogo.


I contatti con Prato non furono mai interrotti (nel 1354 fece comprare dal suo amico Piero del Giunta un casolare sul canto del Porcellatico, il futuro Palazzo Datini) e moltissime lettere spedite e ricevute testimoniano il grande legame che il Datini aveva con la sua terra natia, in particolare con la madre adottiva monna Piera.

La prima cartella dell’ Archivio Datini, contiene la corrispondenza privata con monna Piera dal 1371 al 1382 dalla quale emerge il carattere del Datini stesso. Iris Origo racconta: "Dalle lettere di Francesco risulta evidente il suo carattere: un misto di arroganza e di orgoglio per la fortuna che aveva messo da parte con le sue mani, di furbizia e buonsenso accompagnati da una generosa ma prepotente bontà verso Monna Piera. A ciò si univa il suo fermo proposito, ora che aveva fatto fortuna, di ritornare stabilmente a Prato, per starsene finalmente tranquillo”. Da parte sua, Monna Piera, disperata per la lontananza di Francesco, scriveva struggenti lettere per convincerlo a tornare a casa e sposarsi. Per parecchio tempo, il mercante pratese fu sordo ai consigli e alle richieste di amici e parenti, doveva prima sistemarsi economicamente e avviare le sue attività commerciali a un’autonomia che gli avrebbe permesso di trovare il tempo di metter su famiglia.

Dopo anni d’incessanti richieste, Datini si decise a sposarsi. Lo fece ad Avignone (anche se lui chiese che gli fosse trovata moglie a Prato), nel 1376, si sposò con Margherita di Domenico Bandini, fiorentina residente in Avignone, di circa diciotto anni; Francesco ne aveva circa quaranta. Di lei si scriveranno bellissime pagine e sarà al centro di continue attenzioni da parte di ricercatori moderni. Nel 1378, Roma riacquistò la sede del Papato e Avignone, lentamente, iniziò a perdere d’importanza. Francesco, che nel frattempo aveva costituito una forte e solida compagnia e un consistente patrimonio (circa 5.000 fiorini), decise che era giunto il momento di tornare a Prato. Così nel 1382 affidò a due suoi collaboratori la compagnia e se ne tornò a Prato compiendo un avventuroso viaggio durato 33 giorni.

Bibliografia:
Iris Origo “Il Mercante di Prato” Rizzoli editore, Giuseppe Marchini “Le arti figurative a Prato” edizioni Cassa di risparmio e depositi di Prato 1980, Guido Pampaloni “Prato nella Repubblica fiorentina” edizioni Cassa di risparmio e depositi di Prato 1980