Datini e la terra

di Alberto Bonaiuti
francesco datini La terra e i suoi prodotti, l’orto del nonno o dello zio, quanti di noi hanno partecipato alle vendemmie o alla raccolta delle olive, oppure, più semplicemente assaporato il gusto genuino di un frutto coltivato con amore e dedizione quasi religiosa. Un’antica tradizione che trova le sue origini nella notte dei tempi dove l’uomo aveva con la terra, un rapporto come tra madre e figlio.

Francesco Datini non fu certo il precursore di questa tradizione, ma certamente fu un ottimo testimone e discepolo. Tra i suoi documenti traspare un legame profondo con la terra e i suoi tesori, un po’ come per i nostri nonni che per generazioni l’hanno lavorata duramente per riceverne generosi frutti.

Tra le tante attività del Datini, quella che svolgeva nella sua fattoria del Palco era tra le preferite. Sembra impossibile che l’attivissimo mercante pratese, sempre dedito al commercio e alla produzione di tessuti, avesse tempo da dedicare alla terra e al suo lento ciclo stagionale.

Delle oltre 20 case di sua proprietà sparse in tutta Prato, ne aveva una che miracolosamente è giunta fino ad oggi: la villa del Palco. Attorno al 1392, decise di comprare un terreno ai piedi di Filettole, e costruirvi quasi di persona, una grande fattoria ove si producesse tutto il necessario per la sua esigente dieta.

All’interno di quest’appezzamento, c’era una piccola casetta appartenuta alla famiglia di sua moglie Margherita, nelle cui vicinanze esiste tuttora una notissima fonte: la fonte Procula, legata a San Proculo con una bellissima leggenda. Per rendere meglio l’idea dell’uomo del tempo, ma anche di quello odierno, ci aiuta l’immancabile Iris Origo nel suo libro sul Datini, dicendo: "Ma non c’e’ toscano nel cuore del quale non si sia radicata la convinzione che la sola vera ricchezza, la sola garanzia di sicurezza stia nella terra.”

Da questa villa e dai numerosi appezzamenti con casa colonica per i contadini, Francesco aveva tutto il necessario per vivere. Quando era a Pisa o a Firenze per affari, si faceva spedire da sua moglie Margherita, grano, olio, vino, anatre, piccioni, uova e le buonissime anguille del Bisenzio di cui il Datini ne era ghiotto.
Con l’aumento dei raccolti, il nostro mercante entrava in una sorte di frenesia e smania incontrollabile. Si dava un gran da fare per ampliare i granai, le stalle per i vitelli, ovili, porcili e colombaie, curando di persona i lavori di costruzione e molto spesso entrava nella squadra dei suoi muratori.
Di questo periodo ci sono giunti simpatici scambi di lettere con la moglie Margherita, il suo amico Ser Lapo Mazzei e di suo cognato. Quest’ultimo gli scriveva: "Voi dite siete riscaldato un poco di febbre e la cagione, il perché ho inteso. E niuna meraviglia n’o’ auta a modi disordinati che tenete, del durare fatica di soperchio, al caldo e al freddo, e sanza niuno risparmio, e del non mangiare, ne a ora ne a tempo, a al vivere con tanta sollecitudine e rancore e dispiacere e malinconia.”.

Oltre a tutta questa fatica, si aggiungevano ogni tanto piccoli incidenti di cantiere, come quella volta che gli cascò una tegola sulla testa e il giorno successivo inciampò ferendosi ad una gamba. Come al solito furono inutili i continui appelli alla prudenza da parte dei suoi familiari; Francesco non aveva orecchi per nessuno in queste cose.
Un altro aspetto insolito dell’illustre pratese era quella cura e attenzione che rivolgeva ai suoi coloni. In alcuni documenti si legge di migliorie fatte per le case dei coloni stessi, suscitando scandalo e meraviglia nei contemporanei. Un altro episodio curioso, legato anche alla fattoria del Palco, fu durante la guerra tra Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, e la signoria fiorentina.

Le campagne toscane erano funestate dall’esercito di Alberico da Barbiano, condottiero al soldo del Signore di Milano, il suo obbiettivo era di conquistare Firenze e consegnarla in mano ai milanesi. Quando i reparti furono vicino a Prato, il Datini, visto il pericolo di saccheggi e distruzioni, fece trasferire in città, tutte le masserizie e i vettovagliamenti disponibili presso le sue tenute, e ne distribuì gran parte ai pratesi.

La paura fu talmente grande che decise di ospitare in casa sua, alcune famiglie di contadini che prestavano opera presso i suoi terreni. Alla sua morte, avvenuta nel 1410, il mercante pratese donò la villa del Palco ai frati Francescani che la convertirono in convento.
Riferimenti bibliografici: (Iris Origo, Il Mercante di Prato, Rizzoli editore)